La necessità di un’economia nuova

di Emanuele Roberto Bussi
Pubblicato il: 20 ottobre 2011
Categorie: Interni
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Qualcosa su Emanuele Roberto Bussi: Nato nel 1984. Laureato in Relazioni Internazionali a "La Sapienza" di Roma. Read more from this author


L’attuale crisi economica, che sta colpendo duramente l’area Euro, sta mettendo in evidenza, oltre ai gravi problemi di bilancio dei singoli Paesi, l’impossibilità di far convivere due concetti completamente antitetici tra loro quali austerità e sviluppo. In questo momento, infatti, soprattutto in quei Paesi, come l’Italia, che soffrono il peso di un enorme debito pubblico, la parola d’ordine è risparmio, tagli alla spesa pubblica al fine di non gravare ulteriormente quel peso e, magari, alleggerirlo. Al tempo stesso, però, si evidenzia come risulti indispensabile che i Paesi in difficoltà riescano ad incentivare quella crescita economica che, ad esempio in Italia, latita da troppo tempo. Tuttavia, c’è un problema. Per fare sviluppo è necessario che lo Stato investa denaro, ma come farlo in un momento in cui, invece, si fa di tutto per ridurre la spesa?

Nelle ultime settimane, abbiamo seguito il dibattito politico tra maggioranza e opposizione, ma anche all’interno della sola maggioranza, attorno alle modalità con cui ridare slancio alla nostra economia. Di fronte alla logica puntualizzazione di alcuni che sostenevano l’impossibilità di spendere nel momento contingente, altri affermavano l’altrettanto logica necessità di investire per poter far sì che il Decreto Sviluppo non si riducesse, nei fatti, ad una petizione di principio. In altri termini, le diverse posizioni appena enunciate hanno messo in evidenza gli attuali limiti della scienza economica: se Paesi con alto debito pubblico si trovano in una condizione di grave crisi economica, è possibile ridurre il peso del debito rilanciando, al contempo, l’economia? Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe sentenziato Manzoni. Ma noi viviamo qui e adesso e la risposta non è semplice. Io non sono un economista, ma, a rigor di logica, mi sembra difficile far convivere due elementi talmente antitetici come questi.

Un esempio ci viene fornito dalla Grecia: la Repubblica ellenica, costretta dalla situazione di crisi economica e dalle pressioni internazionali a varare misure di austerity estremamente dure sul piano economico e sociale, sta affrontando una flessione del PIL superiore al 6% annuo. Perché? Per tutti i motivi su esposti: nel momento in cui il Governo greco è dovuto intervenire con forza sul lato della riduzione del debito, ogni possibilità di rilancio dell’economia è automaticamente venuta meno, sprofondando il Paese in una grave decrescita economica, che, al tempo stesso, non fa che alimentare il peso del debito sull’intero sistema ellenico.

Non voglio fare allarmismo, voglio solamente evidenziare quella che, a mio parere, è la realtà dei fatti. Per questo sostengo che sia necessario riesaminare l’intera teoria economica e tentare di trovare lì una soluzione a questa crisi, magari rielaborando degli assunti che, nel momento dato, sono assolutamente limitativi. Se negli ultimi trent’anni i Governi non si fossero talmente prodigati a spendere più di quanto fosse necessario, probabilmente, questa crisi sarebbe già alle spalle, utilizzando gli strumenti abituali della scienza economica. Purtroppo, l’irresponsabilità di alcuni nel passato, non solo ci ha precipitati in questa situazione, ma ha anche spuntato le armi di quella scienza su cui si basa l’intero sistema occidentale. Ora, più che mai, è quindi necessario modificarne i paradigmi. Nel caso contrario, corriamo il potenziale rischio di entrare in una spirale negativa da cui diverrebbe sempre più difficile uscire.

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Benvenuto , 19 maggio 2012