Nella giornata di ieri, il prossimo Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha esposto una articolata analisi attorno alla situazione italiana, con particolare attenzione al tema dei giovani e del loro inserimento nel mondo del lavoro. Lo scenario è demoralizzante. Secondo il Governatore di Bankitalia, infatti, il fenomeno del precariato ha assunto ormai dimensioni che lo possono far considerare come una malattia del sistema, autoconservativa e autogenerativa. La legislazione vigente ha sostenuto una situazione per la quale i giovani che trovano lavoro sono costretti ad accettare contratti di impiego temporaneo e sottopagato, a tutto vantaggio delle imprese che, almeno tendenzialmente, sembrano approfittarsi del sistema stesso.
Ma non è solo questo il tema toccato da Draghi. Quello che più di altro sconvolge è il riferimento all’utilità del titolo di studio. E’ vero, questa è una situazione che i diretti interessati conoscono fin troppo bene. Ma è pur vero che una così autorevole conferma assume contorni comprensibilmente deprimenti. Per tornare all’analisi, il Governatore ha sottolineato come, ormai, il titolo di studio sia un aspetto secondario (nella migliore delle ipotesi) al momento dell’entrata di un giovane nel mondo del lavoro. Gli aspetti principali sono ormai diventati l’estrazione sociale e la famiglia di origine. In altri termini, se un giovane proviene da una famiglia benestante ha possibilità che un giovane di estrazione sociale più povera, anche a fronte di un migliore titolo di studio, non può permettersi.
Dov’è la novità, mi chiederete. Domanda legittima. Ma prima di cadere in facili stereotipi, bisogna ricordare che prima della crisi una maggiore parità era prevista dal sistema. L’attuale situazione ha, di fatto, spazzato via qualsiasi presunzione di parità di accesso al mondo del lavoro e, con essa, ogni speranza che un giovane potesse riporre nella propria costanza e nella propria volontà di migliorare le proprie condizioni di vita investendo in quello che, in pratica, è il suo unico bene: l’intelletto.
Un Paese in cui non si investe nell’istruzione, in cui i giovani possono aspirare solo in un impiego precario e sottopagato, in cui la ricerca non è adeguatamente sostenuta, tanto da costringere i ricercatori in estenuanti rincorse ai fondi privati, quando potrebbero essere meglio utilizzati nel loro diretto ambito lavorativo, non ha futuro. Adesso più che mai, è necessario che chi di dovere si renda finalmente conto della situazione e si muova di conseguenza, anche per sanare storture non più sostenibili, né accettabili. In caso contrario, l’unico suggerimento che mi sento di dare è che chi ne abbia la possibilità se ne vada, perché questo Paese rischia seriamente di rimanere senza speranza, senza futuro.
