Il punto della situazione

di Emanuele Roberto Bussi
Pubblicato il: 7 ottobre 2011
Categorie: Interni
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Qualcosa su Emanuele Roberto Bussi: Nato nel 1984. Laureato in Relazioni Internazionali a "La Sapienza" di Roma. Read more from this author


Sarebbero davvero tante le cose di cui parlare in questo momento. A partire dalla crisi del debito dell’Eurozona fino ad arrivare all’odierno sciopero del mondo della scuola, per passare dalla cosiddetta legge bavaglio e dalla almeno apparente mancanza di morale, morale di cui la politica, in questo momento più che mai, avrebbe disperato bisogno. Ma in tutto questo caotico groviglio di notizie più o meno sconcertanti e più o meno allarmanti, si può trovare un elemento comune, un filo conduttore caratterizzante l’intera situazione economica, sociale e politica.

Ho già avuto modo di parlare del disagio giovanile esaminando, soprattutto, il problema della disoccupazione e quello salariale che rappresentano un vero e proprio freno non solo alle reali possibilità di carriera, ma anche alle speranze di poterne iniziare una. Siamo passati da una situazione per la quale i figli potevano legittimamente sperare in future condizioni di vita migliori rispetto a quelle conosciute dai genitori, ad una in cui i primi dimostrano tutta la propria paura nei confronti di un futuro economico e sociale potenzialmente peggiore di quello conosciuto dai secondi. Ed è proprio questo il filo conduttore di cui parlavo: la mancanza di speranza della popolazione giovanile nei confronti del proprio futuro. Ed è difficilmente obiettabile, almeno secondo me, che il tutto sia dovuto ad un insito catastrofismo dei media e non alle reali difficoltà della situazione attuale.

E non è neanche possibile imputare tutta la responsabilità alla congiuntura economica internazionale. Almeno in Italia, la classe dirigente è la stessa da venti anni a questa parte, con rarissime eccezioni rappresentate da elementi almeno apparentemente nuovi. Ma, anche laddove ve ne fossero, la percentuale sul totale sarebbe assolutamente minimale, mantenendo intatto il problema di una classe politica che sta divenendo, ormai, autoreferenziale, sorda, in tutto o in parte, alle reali esigenze del Paese e a tutte le sirene che annunciano l’approssimarsi di un naufragio.

In tutto questo, il disegno di legge sulle intercettazioni rappresenta una beffa, oltreché un danno. E’ chiaro che debba essere rispettata la privacy di ognuno, così come il principio costituzionale della presunta innocenza sino a prova contraria. Ma questo non può giustificare una norma di legge che possa prevedere, di fatto, una censura nei confronti di chi esprima, tanto liberamente, quanto semplicemente, la propria opinione, senza la presunzione di offrire informazione. Il diritto di replica è sacrosanto, ma è altrettanto importante, secondo me, dare la possibilità a chi esprima la propria opinione di condividere o obiettare all’eventuale replica. Tale diritto, senza possibilità di contraddittorio, tende a divenire una assolutizzazione di un principio che non può che fare del male a quello stesso principio. Ma, prescindendo da questa doverosa puntualizzazione, quale è l’utilità di questo disegno di legge nel momento dato? Credo siano altre le priorità su cui concentrare l’attenzione, tanto della maggioranza, quanto dell’opposizione.

Ma, tornando al tema di partenza, deve essere chiaro che la popolazione giovanile sta guardando al futuro con preoccupazione, con il timore di non avere le prospettive cui legittimamente sperava, non tanto per incapacità proprie, quanto per responsabilità che le sono estranee. E questo non fa che aumentare la frustrazione e la rabbia dei giovani. Voglio chiudere con un accenno all’attuale sciopero scolastico: i manifestanti stanno protestando contro i tagli all’istruzione previsti dall’ultima manovra approvata dal Governo, quando, invece, dovrebbe sostenere l’educazione pubblica come prima e indispensabile risposta ad una crisi che, oltreché economica e politica, sta divenendo anche sociale e morale. Questo è un discorso che si può generalizzare. L’esempio della Grecia è chiarificatore. Nella Repubblica ellenica si sta portando avanti una politica che prevede austerity e tentativi di rilancio dell’economia, con risultati evidentemente catastrofici. E tutto questo ha una sua logica: austerity e crescita non possono convivere! La crescita è fatta con spesa pubblica o riforme strutturali che comunque hanno un costo. Diviene chiaro, quindi, che tagliando la spesa pubblica, che è l’elemento essenziale di qualsiasi politica di sviluppo economico, sia estremamente difficile che quest’ultimo si verifichi. Non si tratta di pessimismo, si tratta di realismo. E finché la classe politica non si dimostrerà altrettanto realista, rimarremo sull’orlo del baratro, guardando al futuro con paura.

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Benvenuto , 19 maggio 2012